Dettaglio convegno
STUDIO RELATIVO AL REPERIMENTO DI UNA VIA VENOSA IN AMBITO EXTRAURBANO NEL PAZIENTE TRAUMATIZZATO A SEGUITO DI INCIDENTE STRADALE
31/03/2009
Studio condotto da personale medico e paramedico dell’Alabama nel corso del 2008 (Gonzalez RP, Cummings GR, e Phelan H.)
Dati scientifici dello studio:
Lo studio in oggetto si era prefissato di stabilire se il reperimento di un accesso venoso su pazienti traumatizzati, in ambito extraurbano, e per tanto con tempi di percorrenza per l’ospedalizzazione superiori a 10/15 minuti, migliorasse la prognosi degli stessi una volta giunti in Pronto Soccorso. Tale ricerca, si è basata sui dati informatici raccolti in due anni dallo Stato (Ministero della Salute, raccolti dai trauma center di riferimento) e dalle Forze dell’Ordine, nel periodo 2001/2002. In quel lasso di tempo, si sono verificati 45.763 casi di trauma in area extraurbana, contro 11.422 in area urbana. Di questi, 611 (pari all’1,8%) decedettero sul posto, in area extraurbana, mentre in area urbana, i decessi furono 103, pari allo 0,9%. In base a questi dati, vennero esclusi dallo studio tutte le vittime che furono dichiarate cadaveri sul luogo dell’evento e tutti quei pazienti che necessitarono più di 20 minuti per l’estricazione dal veicolo incidentato.
L’attenzione dello studio venne incentrata quindi su tutti i pazienti che vennero sottoposti ad almeno un tentativo di reperimento venoso, vennero registrati i numeri di tentativi effettuati e quale impatto ha avuto il ripetersi dei tentativi sul tempo di permanenza sulla scena.
Da tutto ciò emerse che 6.273 pazienti provenienti dalle zone rurali, pari al 18,3%, aveva ricevuto almeno un accesso venoso. Per contro solo l’11,3% (1.290 persone) dei pazienti soccorsi in ambito urbano aveva un accesso venoso.
Lo studio evidenziò inoltre, che in caso di condizioni meteo avverse, il tempo medio di stazionamento sulla scena, in ambito extraurbano, era di 10,8 minuti.
Gli autori dello studio conclusero quindi, che”l’incidenza di accesso venoso nei pazienti trattati in ambito extraurbano era decisamente superiore, rispetto a quella dei pazienti che avevano subito un trauma in area urbana”. Tutto ciò li portò anche alla conclusione che il tempo intercorso sulla scena era quindi maggiore fuori dai centri urbani, anche se ciò si associava ad un maggior tempo di percorrenza su strada e ad un aumentato numero di pazienti che decedevano durante il trasporto.
Le conclusioni e le nostre considerazioni:
L’analisi dello studio, porta ad essere in accordo con coloro che hanno effettuato, sul fatto che tutti gli operatori del soccorso devono limitare al massimo il tempo di stazionamento sulla scena di un trauma. In seconda analisi, ci si trova d’accordo nello stabilire che sia fondamentale la somministrazione di fluidi per via endovenosa in questo tipo di pazienti.
Pur rispettando il parere e le idee degli autori dello studio, quello illustrato è uno dei migliori esempi di come le statistiche possano apparire “matematicamente significative”, ma che spesso non hanno un significato clinico valido. Questa relazione difetta del fatto che è contenuto in un database con troppi dati e che pertanto una differenza di 2 minuti appare un dato minimo. Fermiamoci, però, un attimo a riflettere: quale significato clinico hanno 2 minuti? Chiunque può arrivare a dire che ritardare di 2 minuti il trasporto di un traumatizzato possa influire sulla sua mortalità? Noi lo dubitiamo.
Esistono troppe variabili da considerare. Leggendo lo studio approfonditamente, si evince che in ambito rurale, dove i pazienti non erano stati sottoposti a tentativi di accessi venosi, il tempo di stazionamento sulla scena era mediamente di 14,1 minuti, a prescindere dalle condizioni meteo, contro 12 minuti di stazionamento in ambito cittadino senza tentativi di accesso venoso. Da tutto ciò si può dedurre che l’aumento del tempo speso sulla scena, a prescindere dal fatto che venga tentato o meno l’accesso venoso, aumenta l’incidenza di mortalità tra i soggetti gravemente traumatizzati. I pazienti che hanno ricevuto un accesso venoso in ambito extraurbano, con una perdita media di 2 minuti, rispetto a quelli che non l’avevano ricevuto in città, avevano le stesse probabilità di decesso.
Lo studio che abbiamo analizzato, comunque, in ultima analisi, dimostra solamente che il numero di eventi traumatici gravi è sostanzialmente più significativo in ambito rurale rispetto all’ambito urbano, cosa per altro ormai riconosciuta da tutti da molto tempo. Suggerire però che il ruolo dei soccorritori sull’aumento della mortalità di questi pazienti, sia fondamentale, pare ancora prematuro.
Nella nostra ricerca, ci si è resi conto che risulta facile focalizzare lo studio di un solo dato, in questo caso quello del maggior numero di vittime in ambito rurale, facendo pensare, poi, che il ruolo del soccorritore faccia la differenza. Affinché allo studio si possa dare un significato oggettivo, bisognerebbe analizzare anche quanti pazienti hanno raggiunto direttamente un Trauma Center, senza afferire prima ai Pronto Soccorso di periferia, e di conseguenza, quanti di questi pazienti hanno potuto aver accesso ad un trattamento definivo entro la fatidica “ora d’oro”.
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